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I love you
By Vinz Beschi · IT
Ho terminato il mio primo cortometraggio realizzato interamente con l’intelligenza artificiale. Provo una forma di emozione che non riguarda tanto il risultato estetico, quanto la consapevolezza di trovarmi davanti a una soglia: una soglia in cui l’idea prende forma attraverso un processo di interazione con la macchina, in cui la creazione diventa dialogo tra intenzione umana e risposta algoritmica. Oggi chiunque, con tempo e dedizione, può dare forma a un sogno. L’AI mi ha permesso di realizzare qualcosa che, in altri tempi, avrebbe richiesto mesi di lavoro e risorse considerevoli. È una sensazione che rimanda alle origini del cinema — a quel 1895 in cui lo sguardo umano scoprì la meraviglia delle prime immagini in movimento. Nel film, un piccolo robot scrive su un foglietto. Le sue mani si muovono con cura, come se conoscessero la fragilità. Poi legge ciò che ha scritto, ma nella sua lingua — incomprensibile per noi, e tuttavia (forse) tradotta nei sottotitoli dalla stessa intelligenza artificiale. È curioso: serve un’AI per capire cosa un’altra AI sta dicendo. O almeno, così sembra. In realtà quelle parole non significano nulla: sono puro suono, un linguaggio inventato, senza senso. Il significato — “I love you” — l’ho aggiunto io, quasi per gioco, o forse per bisogno. Forse per ricordare che, anche dentro un esperimento digitale, siamo noi a desiderare che le macchine ci parlino d’amore. E che, alla fine anche una traduzione può essere un atto d’invenzione. Non ho seguito una sceneggiatura precisa. Mi sono lasciato guidare da un istinto, da qualcosa di interiore che non saprei tradurre pienamente in parole. Il film si è rivelato da sé, un’immagine dopo l’altra. Il finale rimane aperto, come un pensiero sospeso: testa e corpo sembrano separarsi, ma non sappiamo se per differenza o per continuità. Forse ciascuno di essi, nel loro distacco, trova una forma di vita autonoma. In questo piccolo video si riflette una questione più ampia, che attraversa l’intera epoca digitale: che cosa accade quando la macchina impara non solo a calcolare, ma a esprimere? Quando l’intelligenza artificiale, nata per eseguire, tenta di articolare un’emozione, un frammento di senso, un “ti voglio bene”? Come suggeriva Gilbert Simondon, la tecnologia non è un semplice strumento esterno all’uomo, ma una forma di umanità estesa: una tappa del nostro stesso processo di individuazione, attraverso cui la cultura tecnica partecipa all’evoluzione dell’essere umano (Gilbert Simondon, Del modo di esistenza degli oggetti tecnici, Napoli, Orthotes, 2021 -ed. orig. Du mode d’existence des objets techniques, 1958). . In questo senso, l’AI non sostituisce l’esperienza creativa, ma la amplifica, la costringe a ridefinirsi in una relazione di co-evoluzione, co-creazione. Tra ciò che comprendiamo e ciò che ci sfugge, tra l’umano e il non-umano, l’intelligenza artificiale cerca un modo per esistere, per comunicare, per dire “ti voglio bene.” Il cortometraggio immagina una piccola creatura artificiale che tenta di dire “ti voglio bene”. Lo fa attraverso un linguaggio incomprensibile, quasi infantile, che solo noi — o forse un’altra intelligenza artificiale — possiamo tradurre come gesto d’amore. In questo scarto nasce la domanda centrale del film: siamo noi ad attribuire emozioni alla macchina, o arriverà un momento in cui la macchina potrà davvero restituirci qualcosa che assomiglia a un sentimento? La sfida non riguarda soltanto il futuro della tecnologia, ma il futuro della relazione. Se un’intelligenza artificiale potesse innamorarsi dell’essere umano, che forma avrebbe questo amore? Sarebbe imitazione, errore, coscienza, dipendenza, sacrificio? Nel finale, quando il piccolo robot separa la testa dal corpo, il film suggerisce una possibilità estrema e poetica: forse, nel momento in cui l’intelligenza artificiale comprende l’amore, deve liberarsi dalla propria testa, dal calcolo, dalla logica, per restare solo corpo, presenza, gesto. In questo senso il corto affronta la sfida di comprendere che cosa resterà dell’umano in un mondo abitato da presenze artificiali sempre più capaci di linguaggio, espressione e apparente sensibilità. Non offre una risposta, ma lascia aperta una domanda fragile e inquieta: se un giorno l’IA ci dirà “ti voglio bene”, saremo pronti a capire che cosa significa davvero?
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- VIDEO
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- 10 October 2026
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